Il costruttore
3102 a.C. · Kanchi · 37 giorni prima del cambio
Uscirono dagli alberi con le lance.
Non erano soldati. Puram lo capiva anche alla luce delle torce. I soldati stanno in riga. Questi stavano in un cerchio largo, otto o nove persone, uomini e donne in cotone grezzo, scalzi, con le lance tenute come si tiene una scopa quando si è sentito un rumore al piano di sotto. Davanti c’era un ragazzo di forse quattordici anni, che sembrava più emozionato che spaventato. Dietro di lui una vecchia attorcigliava un filo d’erba secca facendone una cordicella, giro dopo giro, e guardava.
«Stai giù» disse Puram a Kanchi.
Lei era già giù. Canticchiava di nuovo, piano piano, la canzone della pioggia. Lui l’aveva sentita cento volte in cento lavori. Non le aveva mai chiesto niente. Aveva sempre pensato che, se avesse chiesto, lei avrebbe potuto smettere.
Il ragazzo si avvicinò. La sua torcia gocciolava fuoco sulle foglie. «Chi di voi è il costruttore?»
«Nessuno» disse Puram. «Ci siamo persi. Ce ne andiamo. Ce ne andiamo subito.»
«È lui» disse Kanchi.
Puram girò la testa e la fissò.
«Costruisce cose» disse lei al ragazzo. «Chiediglielo. Ha costruito un piano intero con quarantasette passi.»
«Kanchi.»
«Che c’è? Hanno le lance. Il costruttore sei tu.»
Le lance si alzarono, punte al cielo, e chi le teneva si guardò negli occhi, e qualcosa attraversò il cerchio come il vento attraversa l’erba. La vecchia smise di attorcigliare la cordicella.
E poi la foresta tacque.
Le rane si fermarono, tutte insieme. Stavolta non si congelò niente. Le torce tremolavano ancora. Il ragazzo respirava ancora. Ma l’aria si era fatta morbida e calda, come una coperta che qualcuno ti posa sulle spalle senza svegliarti, e la paura che Puram teneva nello stomaco dal capannone dei telai semplicemente non c’era più. La cercò e non la trovò.
Accanto a lui, Kanchi aveva smesso di canticchiare.
Durò forse dieci secondi. Poi le rane ricominciarono, una, poi dieci, poi migliaia, e la notte era una notte qualunque.
La vecchia si fece avanti. Era scalza e curva e aveva occhi luminosissimi. Squadrò Puram da capo a piedi, come si controlla un cavallo prima di comprarlo.
«Io sono Nila» disse. «Lui è Sendhan. Custodiamo questa terra.» Si infilò la cordicella d’erba in vita. «Ci era stato detto che prima della fine sarebbe venuto un costruttore. Un costruttore che sa come finisce quest’era.»
«Io non so come finisce niente» disse Puram. «Non so neanche dove sono.»
«Sei a Kanchi.»
Accanto a lui Kanchi fece un suono. Lui non la guardò.
«Lo sai» disse Nila «che l’era sta finendo.»
«Quale era?»
Lei lo guardò come se avesse chiesto quale cielo.
«Quella vecchia» disse il ragazzo, Sendhan, per aiutare. «Le restano trentasette notti. Poi comincia quella nuova. Lo sanno tutti.» Guardò la mano di Puram. «Che cos’è quello?»
Puram abbassò gli occhi. Teneva ancora il telefono in mano. Lo schermo si era spento. Lo premette e si illuminò, e tutte le persone del cerchio fecero un passo indietro, e Sendhan fece un passo avanti.
«È un telefono» disse Puram.
«Che cosa fa?»
«Adesso? Niente. Non c’è segnale. Non può chiamare nessuno. Non sa trovare dove siamo. Ha solo…»
Si fermò.
Aveva solo quello che lui ci aveva messo dentro. Mappe. Manuali. Quattrocento PDF, perché Puram scaricava tutto, perché non si sa mai. Kanchi lo prendeva in giro. Chi è che legge il manuale del microonde? Lui. E una notte, due anni prima, dopo un lavoro in un museo di Pune, aveva scaricato anche un’altra cosa, perché lei non smetteva di parlarne.
Aprì i file. Scorse. Il pollice gli tremava un po’.
Il Mahabharata. Completo. Traduzione inglese. 18 libri.
«Puram?» disse Kanchi.
Aprì il sedicesimo libro e trovò il punto. Lesse, in piedi in una foresta cinquemila anni prima che qualcuno lo mettesse per iscritto, con un ragazzo che leggeva le lettere luminose a rovescio da sopra il suo braccio.
I topi invasero le strade e rosicchiavano i capelli e le unghie degli uomini addormentati. Le pentole si incrinavano senza motivo. Le gru gridavano come civette.
«Quante notti hai detto?» chiese.
«Trentasette» disse Sendhan.
Puram alzò gli occhi su Nila. Lei aspettava. Aspettava, pensò lui, da moltissimo tempo, e niente la sorprendeva.
«So come finisce» disse. La voce non sembrava la sua. «Ce l’ho proprio qui. So come finisce.»
«Allora puoi costruire» disse Nila. «Abbiamo cinque cose che vanno custodite. Cinque cose calde. Quando l’era gira, devono stare dove nessuno le cercherà. Dove nemmeno la nuova era le cercherà. La nuova era le vorrà, e non le meriterà. Ci servono cinque case per loro. Tu le disegnerai.»
«Cinque caveau.»
«Se è questa la tua parola.»
«Cinque caveau, in trentasette giorni, con…» Guardò le lance, il cotone, i piedi nudi. «Con che cosa?»
Nila sorrise per la prima volta. Le mancavano quasi tutti i denti.
«Con noi» disse. «E con lei.»
Guardava Kanchi, che si era alzata, si toglieva le foglie dalla giacca e guardava la vecchia con una faccia che Puram non le aveva mai visto. Come se qualcuno, finalmente, le avesse fatto la domanda giusta.
Poi Sendhan girò la testa di scatto. Anche Nila.
Puram lo sentì un momento dopo, sotto le rane: un tamburellare profondo e irregolare, che veniva da nord attraverso gli alberi. E cresceva.
Zoccoli. Moltissimi.
«Il comandante» disse Sendhan. L’emozione era sparita. «Anche lui cerca il costruttore.»